Cervelli in Fuga. Non solo menti migranti.

Cervelli in Fuga. Non solo menti migranti.

Recentemente l’argomento della mia rubrica su Osservatorio Cittadino ha preso un più ampio respiro scegliendo di approfondire ogni aspetto della tematica lavorativa giovanile. Perché, in fondo, se siamo così portati a scappare è perché c’è qualcosa che ci induce a fuggire. Da cosa fuggiamo?

Vi riporto un altra carrellata di pubblicazioni sulla testata aversana. Alle interviste si alternano articoli in cui riporto dati, considerazioni e confronti sull’attuale stato occupazionale giovanile, con un particolare riferimento al Sud Italia.

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Parvenza di Serenità

Parvenza di Serenità

Parvenza di Serenità avanza con funambolico equilibrio sulla corda di Speranza. Un capo della corda, distante qualche passo dalla schiena di Parvenza, è legato ad un grosso tronco di un alto albero di Passato. L’altro capo, quello che Parvenza ha di fronte a sé, è annodato intorno al gracile tronco di un arbusto di Futuro: non si sa ancora a quale specie appartiene, ma crescerà forte, nutrendosi delle lacrime e del sudore di Parvenza.

È scossa Parvenza, nel suo procedere, da un vento di Presente: uno zefiro di critiche, giudizi, commenti e malintesi. Guai a guardar giù, Parvenza! Sotto l’instabile corda di Speranza attende un prato di carnivori Beato te che minacciano Parvenza con la loro invidia.

Parvenza di Serenità, cela dietro ad una maschera di Sorriso tutte le impervietà del suo cammino. Avanza verso il Futuro, si tiene in equilibro con l’asta della Determinazione sulla vacillante Speranza desiderando spogliarsi del suo ruolo di Parvenza ed essere finalmente solo Serenità.

Margherita Sarno

Cervelli in Fuga. Reprise.

Cervelli in Fuga. Reprise.

Dopo la pausa estiva obbligata di Osservatorio Cittadino, mi sono presa una bella pausa individuale da WordPress, dovuta, per lo più ad impegni lavorativi ed accademici.

Quest’anno l’impronta conferita alla mia rubrica si amplia: abbiamo, infatti, pensato ad un’apertura verso storie di più ampio respiro nella tematica ‘occupazione giovanile’, con un fedele sguardo alla preparazione, allo studio, alle esperienze che caratterizzano questa generazione di menti eccellenti troppo spesso date per scontate, sminuite, svalutate.

Le prime storie di questa tranche sono quelle di Ophelia (nome inventato per preservare l’anonimato dell’intervistata), Francesca, Gabriele, Laura e Daniele.

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Cervelli in Fuga su Osservatorio Cittadino pt. III

Cervelli in Fuga su Osservatorio Cittadino pt. III

Con Rosanna, Antonella e Katia si concludono le interviste di Cervelli in Fuga per questo anno. A giugno Osservatorio Cittadino va in vacanza e riprende a settembre. Non so ancora dire se dopo l’estate ci ritroveremo con la stessa rubrica: le vostre storie sono tante e ognuna diversa dall’altra, ma vorrei riuscire a portare a termine un discorso, far sì che questa squadra di talenti e la loro testimonianza abbiano un senso.

Mi prenderò un po’ di tempo per pensarci, confidando, magari, nei vostri suggerimenti che accolgo caldamente. Nel frattempo vi lascio alla lettura delle ultime tre storie che abbiamo raccontato in questi mesi.

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Cervelli in Fuga: la mia rubrica su Osservatorio Cittadino

Cervelli in Fuga: la mia rubrica su Osservatorio Cittadino

Da gennaio sul freepress aversano Osservatorio Cittadino curo una rubrica sull’occupazione giovanile: “Cervelli in Fuga”. In particolar modo, come suggerisce lo stesso nome, parliamo dei tanti ragazzi italiani, per lo più del sud, che hanno intrapreso strade lontano da casa per affermarsi nell’ambito universitario e professionale.

Tutto è cominciato dalla mia esperienza personale di cervello vagante che, prima in Egitto, poi in Spagna ed ora in Nord Italia, mi ha visto muovermi alla ricerca di qualcosa di più.

I miei “cervelli in fuga” sono ragazzi partiti dalle province, con storie tutte diverse legate dallo stesso comun denominatore.

Vi offro una prima carrellata di interviste: da Tina Sozio, infermiera aversana trapiantata a Londra a Pietro Colacicco, studente napoletano trasferitosi a Bologna, passando per Olimpia Diodato che dopo la Francia è tornata nella sua Napoli fino a Daniele Petrachi, giovane pugliese che ha ritrovato in Germania la vocazione per la professione sanitaria.

Non  è un caso che siano tutti miei amici, prima che protagonisti della rubrica, perché ho avuto modo di conoscere profondamente le loro storie prima di raccontarle e ho avuto la profonda convinzione che la loro esperienza potesse dar voce a quella di migliaia di giovani come loro, come me, che hanno bisogno di “lasciare per poter trovare”.

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“Cenere e Silenzio”, il romanzo di Teutonico e Pippia presentato a Torino

“Cenere e Silenzio”, il romanzo di Teutonico e Pippia presentato a Torino

Ieri sera sono stata alla presentazione di “Cenere e Silenzio”, romanzo scritto da Sergio Maria Teutonico e Mario Pippia. L’evento  ha avuto luogo  nella Sala delle Colonne del complesso Cascina Marchesa a Torino.

Conoscevo lo chef Sergio Maria per alcune sue partecipazioni in programmi televisivi e successivamente ho iniziato a seguirlo tramite social, per cui quando ho visto il suo nome associato a quello di Pippia nella stesura di un romanzo, la mia curiosità si è accesa. Il caso ha voluto che facessero una presentazione della loro creatura proprio vicino casa mia a Torino. Una presentazione moderata, tra l’altro, da Pasquale Ruju, che vanta la paternità di numerose avventure di Dylan Dog, oltre ad un curriculum artistico-professionale di immenso rispetto.

“Cenere e Silenzio” è stato definito un romanzo noir, con riferimenti al pulp e condito con abbondante sagacia. Il tutto si svolge in un ristorante e i capitoli sono divisi in portate, andando dall’antipasto al dessert. Il protagonista è uno chef che si rivelerà essere un personaggio “di coerente cattiveria”.

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La collaborazione tra i due autori, uno chef e l’altro scrittore, è iniziata circa tre anni fa, come hanno rivelato i due, “interrogati” da Ruju, ed è sfociata in una creazione “a due teste e due mani, una fusione di due anime” che, a lungo andare, ha avuto bisogno di trovare una dimensione, un titolo. A proposito del titolo, la spiegazione fornita dagli autori suscita ancor più curiosità nei confronti del testo: il silenzio è quello tanto anelato, all’interno di una cucina di un ristorante, campo di battaglia e scenario di continuo frastuono; la cenere…potrebbe essere ciò che resta dello sporco, ciò che l’uomo ritorna ad essere alla fine della vita, la polvere che resta dei momenti spazzati via…chissà?

La prefazione del libro è a cura di Leonardo Romanelli, celebre e temuto critico enogastronomico, presente anche in un breve cameo nel primo capitolo del romanzo. “Al di là di Romanelli- confessano gli autori-ci sono molti riferimenti a personaggi reali, quasi a volerne dipingere lo stereotipo, una presa in giro dei tipi da cucina”.

Sono arrivata alla presentazione completamente a digiuno di qualunque informazione sul testo e sono andata via con la curiosità immensa di divorarne, e qui il termine calza a pennello, subito qualche pagina. Vi terrò aggiornati, ma intanto se vi va di farvi una vostra idea, il libro lo potete acquistare online e iniziare a gustarvi le portate di questo insolito menù.

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Giornalismo, tanto stressante quanto appagante

Giornalismo, tanto stressante quanto appagante

Ogni anno la Career Cast, agenzia americana online per il lavoro, stila una classifica dei lavori più stressanti. Accanto agli ‘immaginabili’, ovvero militari in zone di guerra, tassisti, poliziotti e vigili del fuoco, non manca mai, nelle prime dieci posizioni, il ruolo del reporter. Quest’anno, dopo diverse oscillazioni tra l’ottavo e il decimo posto nelle scorse pubblicazioni, il mestiere del giornalista guadagna la sesta posizione, piazzandosi nella top ten dei lavori più stressanti, prima del tassista e del manager executive di grandi aziende, e subito dopo i militari e gli appartenenti alle forze dell’ordine.

La natura stressante di molte carriere non ha bisogno di spiegazioni: pompieri, poliziotti e militari in zone di guerra sono sottoposti a rischi fisici e psichici che derivano direttamente dalla loro professione.  Ma come può la professione giornalistica piazzarsi immediatamente dopo professioni così rischiose? Prima di tutto vanno chiariti i criteri con i quali si conferisce il livello di stress derivante da ciascun mestiere. Tra questi vi sono: gli spostamenti, il potenziale di crescita professionale, rischi fisici, condizioni ambientali, contatto diretto con il pubblico, competizione, rischio di morte o ferimento, rischio per le vite altrui, scadenze e l’attenzione pubblica.

Con queste linee guida, comincia ad apparire più chiaro il quadro che definisce le cause di stress del mestiere giornalistico. Dato per palesemente riconosciuto il rischio derivante dalle professioni militari e di sicurezza, il giornalista è sottoposto a un regime di tenace pressione: lavoriamo per molte ore al giorno, a volte più del previsto; ci occupiamo di storie che a volte ci prendono emotivamente e ci risucchiano completamente, non permettendoci di lasciarci il lavoro alle spalle quando rientriamo a casa; ci viene richiesto di fare molto pur avendo scarse risorse. Ma ciò che rende questa professione altamente stressante è la sua precarietà, caratteristica tipica di molte realtà lavorative al momento, e che spinge il giornalista a giocarsi anche il proprio senso etico in vista di licenziamenti, scoop o opportunità di crescita professionale ai danni di altri.

Al di là di ogni quotidiana causa di stress. Sempre nel mirino della censura, il giornalista vive costantemente tra il desiderio di fare bene il proprio lavoro e il timore di pestare i piedi alla persona sbagliata, pagando le conseguenze dell’eccesso di tenacia, di caparbietà, di sete di verità e di giustizia. Secondo i dati raccolti dalla Commissione di Protezione Giornalisti, solo nel 2016, 48 giornalisti sono stati vittime della loro professione. La maggior parte di loro si occupava di guerra, politica e corruzione e ha trovato la morte nei luoghi  in cui prestava servizio, per lo più in Siria, Yemen e Iraq.

Il diritto di informazione e la libertà di stampa, che sovente difendiamo con la nostra stessa vita, vengono messi in secondo piano da classi politiche e contesti sociali che vogliono il cittadino ignorante delle dinamiche di governo di ciascun paese. Spesso veniamo distratti dalla nostra principale mansione, la difesa della verità, perché siamo obbligati a difenderci dagli attacchi della diffamazione e della censura. Le storie che raccontiamo sono fotografie della realtà e, per quanto rischioso e stressante sia, per il fisico e per la mente, non troverete uno di noi che sia disposto a rinunciare alla sua penna e al suo taccuino quando sente, nell’aria, l’odore di una verità da raccontare.

Perché pensi che le donne nel tuo paese vengano molestate per strada?

Perché pensi che le donne nel tuo paese vengano molestate per strada?

Durante uno degli ultimi convegni a cui ho preso parte, ho menzionato questo contributo video girato dalla Dignity Without Borders, associazione no profit egiziana.

Qualcuno, al termine del mio intervento, mi ha confidato di volerne sapere di più. Mi sono ricordata di un mio intervento in merito e lo riporto qui di seguito.

Perché pensi che le donne nel tuo paese vengano molestate per strada?

Un gruppo di studenti egiziani, tra i 12 e i 15 anni, ha risposto al quesito proposto in maniera agghiacciante, rivelando un aspetto inquietante del sistema educativo, sia scolastico che familiare, in Egitto. Un video postato sul web, con sottotitoli in inglese, mostra i ragazzini intervistati, le preoccupanti risposte e l’arcaico modo di pensare inculcatogli dalla società.

Alla domanda “perché pensi che le donne vengano molestate per strada?” la maggior parte di questi ragazzini risponde che sono le donne a cercarsela,  perché vestono in abiti succinti, non indossano il velo e provocano le attenzioni maschili.  Alcuni di loro affermano che le donne vogliano essere molestate, lasciando intendere la lascività femminile attraverso un capo d’abbigliamento più o meno rivelatore, che spinge l’uomo ad attuare l’impulso sessuale provocato. Tra i ragazzi vi è anche chi manifesta un bagliore di lucidità, affermando che “non è giusto molestare le donne per strada: una donna potrebbe essere tua sorella o tua madre, e come ti sentiresti se fosse aggredita?”. Ma il lampo  di genio si esaurisce in fretta, quando lo stesso ragazzo conclude “ma è comunque colpa delle donne che devono andare vestite in un certo modo”. Addirittura secondo uno dei giovani intervistati, molte donne molestate non sono rispettabili, in quanto dopo aver subito l’abuso hanno l’ardire di inveire contro il molestatore, mostrando una sfacciataggine inaudita. La donna che subisce l’inopportuno trattamento, ha permesso che ciò avvenisse perché attraverso uno sguardo, un sorriso, un gesto ha invitato l’uomo a beneficiare del suo corpo.

Le risposte fornite da questi ragazzi sono altamente contestabili e sintomatiche di una mentalità obsoleta inculcatagli da determinati ranghi sociali. Se fossi un semplice utente che visualizza il video in questo momento penserei davvero che le donne egiziane siano così ammaliatrici e provocanti, tanto da suscitare la follia maschile. Forse, come ogni cittadino occidentale, penserei che una donna può andare vestita come meglio crede, senza lanciare per questo messaggi sessuali subliminali. Ed è giusto. Ma ho vissuto per un tempo sufficiente la quotidianità egiziana, tanto da poter affermare che le rivelazioni fornite nel video sono basate su un concetto del tutto erroneo. Come si evince dai dati forniti dallo Human Rights Watch, solo nel 2013, al Cairo, nelle celebre piazza Tahrir, 91 donne sono state violentate, abusate, molestate, complice il caos causato dalle proteste. Queste donne non vestivano shorts o bikini: erano velate, alcune di esse indossavano addirittura il burqa, molte erano donne anziane, altre donne sposate, strappate dalle mani dei mariti, travolte dalla folla, vittime indifese di un’animalesca inciviltà. Quale andatura lenta e sinuosa avevano queste donne? Quale lascività esprimevano con lo sguardo? Quale messaggio sessuale latente celavano dietro il velo?

Più volte, durante i miei soggiorni al Cairo, solevo attribuire le molestie subite dalle donne egiziane allo stato di repressione inflitto alla popolazione da parte di un governo, quello islamista dello scorso anno, che tendeva alla separazione di genere perfino nei fast food. Lo Stato premeva per una politica di divisione di genere per evitare tentazioni, contatti indesiderati, promiscuità pericolose. In un simile contesto è lecito pensare che il desiderio sia dettato dalla repressione. Dopo aver preso visione di questa testimonianza in video, invece, ho dovuto rivalutare le mie opinioni. Non si tratta di una reazione all’oppressione, ma di un erroneo concetto di base tramandato attraverso le generazioni. Questi ragazzi sono convinti che la sottomissione femminile sia indicativa di rispettabilità, di integrità morale, di serietà. Tali concetti non si sviluppano in uno stato di repressione ma attraverso l’insegnamento, l’influenza della società, il progredire di una mentalità che avanza nel tempo ma che rimane sempre la stessa.

Di seguito i video delle interviste ai ragazzi e alle ragazze.

Prossimi appuntamenti ad Aversa

Prossimi appuntamenti ad Aversa

Non ho abbandonato, in questi mesi, la mia primaria passione, anche se può sembrare che io la stia un po’ trascurando.

Sto scrivendo e sto lavorando tanto. A breve seguirà un periodo molto intenso per la mia vita lavorativa  e privata. A cominciare dagli impegni che mi vedono coinvolta nei prossimi 15 giorni nella mia città natale: Aversa.

Domenica 27 novembre vi aspetto all’Hotel Del Sole ad Aversa alle ore 18:00 con un evento organizzato dall’associazione NonSeiSola, dal titolo “L’altra faccia della violenza” nel quale tratteremo il tema degli orfani vittime del femminicidio. Coordinerò e modererò gli interventi di un team di grandi competenze del ramo giuridico e sociale, come da locandina che segue. non-sei-sola-conv-27

Venerdì 2 dicembre, invece, sarà tra i relatori dell’interessantissimo convegno della FIDAPA dal tema “I Talenti delle Donne”. Accanto a me nomi importanti dell’universo femminile con un talento in campo politico, sociale, culturale, sportivo. L’appuntamento è al Seminario Vescovile di Aversa a partire dalle ore 17:00. Di seguito la locandina per conoscere il parterre di ospiti. Senza titolo-1